Durante l’evento online organizzato dall’Istituto Italiano di Yoga della Risata per celebrare il 31° compleanno dello Yoga della Risata, uno dei momenti più significativi è stato l’intervento della dottoressa Lucia Leonardi, pediatra presso il Policlinico Umberto I di Roma, ricercatrice, docente e componente del Comitato Tecnico Scientifico dell’Istituto.
Il suo contributo ha offerto una prospettiva preziosa: comprendere, dal punto di vista medico e immunologico, perché le emozioni positive, la felicità e la risata possano avere un ruolo concreto nel sostenere il benessere e la salute.
Non si è trattato di una semplice riflessione motivazionale. La dottoressa Leonardi ha accompagnato i partecipanti in un percorso scientifico, mostrando come lo stato emotivo influenzi il sistema immunitario, come stress e traumi possano lasciare tracce profonde nel corpo, e perché pratiche come lo Yoga della Risata possano rappresentare una risorsa importante soprattutto in ambito pediatrico e preventivo.
Dalla pediatria all’incontro con lo Yoga della Risata
La dottoressa Leonardi apre il suo intervento raccontando il proprio ambito professionale. È pediatra e lavora al Policlinico Umberto I, occupandosi in particolare di difetti congeniti dell’immunità.

Il suo campo di studio è quindi il sistema immunitario: come funziona, cosa accade quando non funziona correttamente e quali conseguenze questo può avere soprattutto nei bambini.
L’incontro con Lara Lucaccioni, Direttrice dell’Istituto, e con lo Yoga della Risata nasce da una curiosità scientifica molto precisa: capire quali studi esistessero sul rapporto tra stato emotivo positivo o negativo e funzionamento del sistema immunitario.
Da questa ricerca nasce un dialogo che si è poi trasformato in collaborazione, anche all’interno di contesti scientifici e pediatrici. La dottoressa racconta infatti di aver invitato Lara Lucaccioni a un convegno della Società Italiana di Pediatria Preventiva e Sociale, dove una platea di pediatri è stata coinvolta in una breve sessione di Yoga della Risata. Un’esperienza rimasta impressa proprio perché ha mostrato in modo diretto quanto questa pratica possa arrivare anche in ambienti medici e professionali.

Da qui nasce un obiettivo più ampio: produrre dati, misurare gli effetti e costruire evidenze che possano sostenere l’utilizzo dello Yoga della Risata anche in modo più capillare nelle cliniche pediatriche e nei contesti sanitari.
La salute non è solo assenza di malattia
Il primo punto teorico dell’intervento riguarda il concetto stesso di salute.
La dottoressa Leonardi richiama la definizione dell’Organizzazione Mondiale della Sanità: la salute non è soltanto assenza di malattia, ma uno stato di benessere fisico, mentale e sociale.
Questo passaggio è centrale.
Significa che non possiamo considerare la salute solo come un insieme di parametri biologici. Il corpo conta, ma contano anche la mente, le emozioni, le relazioni, il modo in cui una persona vive la propria quotidianità e il proprio contesto sociale.
In questa prospettiva, la felicità non è un elemento secondario o decorativo. È una dimensione che può concorrere alla salute.
La dottoressa mostra infatti dati epidemiologici che indicano come la percezione soggettiva di felicità possa essere collegata alla longevità. Le persone che si percepiscono meno felici mostrano un rischio di mortalità più alto rispetto a chi si percepisce molto felice.
Naturalmente questo non significa che “basta essere felici per non ammalarsi”. Significa però che la percezione di benessere può essere considerata un indicatore importante, capace di dialogare con la salute fisica e con la durata della vita.
I tre cervelli: cervello, intestino e sistema immunitario
Dopo aver introdotto il legame tra felicità e salute, la dottoressa entra nel cuore del discorso immunologico.
In medicina è ormai noto che esiste un collegamento anatomo-funzionale tra:
- sistema nervoso centrale,
- apparato gastrointestinale,
- sistema immunitario.
Questo asse viene spesso indicato come gut-brain-immunity axis, cioè asse intestino-cervello-immunità.
La dottoressa spiega che possiamo pensare a questi tre sistemi come a tre “cervelli” che dialogano tra loro. Cervello, intestino e sistema immunitario maturano in modo interconnesso, soprattutto nei primi anni di vita, e comunicano attraverso segnali cellulari e biochimici.
Tra questi segnali troviamo molecole come:
- citochine,
- catecolamine,
- neurotrasmettitori,
- mediatori dell’infiammazione.
Questo significa che ciò che accade a livello mentale ed emotivo può avere effetti sul sistema immunitario, e viceversa. Allo stesso modo, ciò che accade nell’intestino può influenzare il cervello e l’immunità.
Non siamo compartimenti separati. Siamo un sistema integrato.
La dopamina non appartiene solo al cervello
Uno dei passaggi più affascinanti dell’intervento riguarda la dopamina.
La dopamina è spesso conosciuta come una delle molecole legate al piacere, alla motivazione e alla felicità. In realtà, spiega la dottoressa, è una molecola importante nella comunicazione tra cellule del sistema nervoso centrale.
Ma alcuni studi hanno mostrato qualcosa di sorprendente: la dopamina entra in gioco anche nella comunicazione tra cellule del sistema immunitario.
La dottoressa descrive il rapporto tra linfociti B e linfociti T. I linfociti B producono anticorpi, ma per farlo collaborano con i linfociti T. Studiando questa comunicazione, i ricercatori hanno individuato la presenza di dopamina all’interno di strutture cellulari coinvolte in questo dialogo immunitario.
Questo dato è molto importante perché mostra che molecole che associamo al cervello e alle emozioni sono coinvolte anche nella risposta immunitaria.
In altre parole: il linguaggio della felicità e il linguaggio dell’immunità non sono così separati come potremmo pensare.

Infiammazione, depressione e sistema immunitario
La dottoressa Leonardi prosegue spiegando che molti studi hanno mostrato un collegamento tra infiammazione e alcuni disturbi psichici o neuropsichiatrici.
Marker infiammatori come:
- PCR,
- VES,
- interleuchine,
- TNF-alfa,
possono risultare elevati in persone che non hanno necessariamente una patologia fisica evidente, ma che presentano un maggior rischio di depressione, psicosi o altre condizioni psichiatriche.
Questo porta a un cambio di prospettiva: alcune condizioni che siamo abituati a considerare solo come “mentali” potrebbero avere anche una base infiammatoria.
La depressione maggiore, ad esempio, è spesso associata a uno squilibrio infiammatorio. Da qui nasce anche l’ipotesi, oggi molto studiata, che in alcuni casi approcci antinfiammatori possano affiancare o integrare le terapie tradizionali.
Il punto centrale è questo: il sistema immunitario non riguarda solo raffreddori, virus e infezioni. Riguarda anche l’equilibrio complessivo dell’organismo, compreso quello emotivo e mentale.
Lo stress può abbassare le difese immunitarie
La dottoressa porta poi alcuni esempi di studi storici che mostrano il legame tra stress e immunità.
Uno riguarda studenti di odontoiatria osservati in diversi periodi dell’anno, alcuni più stressanti e altri meno stressanti.
I ricercatori hanno misurato le IgA, immunoglobuline presenti soprattutto nelle mucose. Le IgA sono fondamentali perché rappresentano una sorta di barriera protettiva: aiutano a difendere le mucose da microrganismi, allergeni e sostanze potenzialmente dannose.
Negli studenti più esposti allo stress o con una modalità più orientata alla competizione, all’ambizione e alla pressione, i livelli di IgA tendevano a ridursi, soprattutto nei periodi di maggiore carico.
Questo dato mostra che lo stress percepito può avere un impatto misurabile su un parametro concreto del sistema immunitario.
Non è solo “mi sento più stanco”.
È il corpo che cambia la propria risposta.
Il lutto e la risposta dei linfociti T
Un altro studio citato riguarda le donne rimaste vedove.
In questo caso, i ricercatori hanno osservato il comportamento dei linfociti T, cellule fondamentali del sistema immunitario, immediatamente dopo il lutto e poi a distanza di alcune settimane.
Il risultato è molto forte: subito dopo il lutto, i linfociti T risultavano meno capaci di rispondere a stimoli che simulavano un’infezione virale. Dopo circa otto settimane, la risposta immunitaria tendeva a migliorare.
Questo significa che un evento emotivo intenso, come un lutto, può temporaneamente ridurre la capacità del sistema immunitario di rispondere agli stimoli.
Ancora una volta, la dottoressa mostra che non esiste una separazione rigida tra emozioni e corpo. Il dolore emotivo può modificare la risposta biologica.
Cosa accade invece con uno stato emotivo positivo?
Dopo aver mostrato gli effetti dello stress e degli stati emotivi negativi, la dottoressa Leonardi cambia prospettiva.
Se uno stato emotivo negativo può indebolire alcune funzioni immunitarie, cosa succede quando una persona vive uno stato emotivo positivo?
Qui cita uno studio condotto su studenti di psicologia sottoposti a ipnosi. Durante l’ipnosi venivano richiamati ricordi legati a tre stati emotivi diversi:
- rabbia,
- tristezza o depressione,
- felicità.
A distanza di mezz’ora venivano poi misurati alcuni parametri, tra cui il cortisolo e la funzione chemiotattica dei monociti.
I monociti sono cellule dell’immunità innata. La chemiotassi è la loro capacità di muoversi verso il luogo in cui è presente un’infezione o un’infiammazione, richiamando altre cellule utili alla difesa.
Il risultato è molto interessante:
- dopo un ricordo triste o depressivo, la funzione chemiotattica si riduceva;
- dopo un ricordo di rabbia, rimaneva su livelli intermedi;
- dopo un ricordo felice, la funzione immunitaria risultava più alta.
La cosa più sorprendente è che bastava un ricordo felice per osservare un effetto misurabile.
Questo passaggio è particolarmente importante per chi pratica Yoga della Risata: significa che anche un’attivazione emotiva positiva, pur breve, può dialogare con la fisiologia.
Stile emotivo positivo e raffreddore
A questo punto la dottoressa distingue tra stati emotivi temporanei e stile emotivo più stabile.
Una cosa è vivere un momento positivo o negativo.
Un’altra cosa è avere nel tempo un atteggiamento più positivo o più negativo verso la vita.
Gli studi parlano di:
- positive emotional style,
- negative emotional style.
Attraverso questionari specifici, è possibile valutare se una persona tende più frequentemente a stati come allegria, calma, energia, rilassamento, oppure a stati emotivi negativi.
La dottoressa cita uno studio in cui ad adulti sani veniva inoculato un virus respiratorio capace di causare un comune raffreddore.
I risultati mostravano che le persone con uno stile emotivo più positivo si ammalavano meno rispetto a quelle con uno stile emotivo più negativo. E quando si ammalavano, percepivano i sintomi come meno intensi.
Questo dato è molto significativo: uno stato emotivo positivo non solo può ridurre la suscettibilità all’infezione, ma può anche modificare il modo in cui viviamo la malattia.
Il sistema immunitario non difende solo dalle infezioni
La dottoressa Leonardi invita poi a non ridurre il sistema immunitario alla sola difesa dalle infezioni.
Il sistema immunitario ha una funzione più ampia: distinguere ciò che appartiene al nostro organismo da ciò che non gli appartiene. Deve riconoscere il “self” dal “non self”.
Quando non riconosce bene ciò che è esterno, possiamo ammalarci di infezioni.
Quando invece attacca erroneamente ciò che appartiene al nostro stesso corpo, possono comparire malattie autoimmuni.
Il sistema immunitario è coinvolto anche in:
- allergie,
- autoimmunità,
- infiammazione cronica,
- alcuni processi tumorali,
- malattie degenerative.
Questo amplia molto la riflessione: se lo stato emotivo influenza il sistema immunitario, allora può avere un ruolo non solo rispetto alle infezioni, ma anche rispetto alla regolazione infiammatoria generale.
L’infiammazione cronica di basso grado
Uno dei passaggi più importanti dell’intervento riguarda la low grade inflammation, cioè l’infiammazione cronica sistemica di basso grado.
L’infiammazione, spiega la dottoressa, è una risposta necessaria. Quando abbiamo la febbre, ad esempio, il corpo sta attivando una difesa. La temperatura sale anche per rendere l’ambiente meno favorevole alla sopravvivenza di alcuni microrganismi.
Il problema nasce quando l’infiammazione non si spegne.
Quando i meccanismi di regolazione non riescono a riportare l’organismo in equilibrio, l’infiammazione può diventare cronica, persistente, silenziosa.
Questa infiammazione di basso grado è coinvolta in molte malattie croniche e condizioni legate all’età, tanto che oggi si parla anche di inflammaging, cioè infiammazione associata all’invecchiamento.
Secondo Leonardi, lo stato emotivo interviene anche qui: può contribuire alla disregolazione immunitaria oppure aiutare il corpo a modulare meglio la risposta infiammatoria.
Quando lavoriamo sul nostro stato emotivo, quindi, non stiamo solo “sentendoci meglio”: possiamo sostenere anche i processi di regolazione immunitaria.
Traumi infantili, infiammazione e salute adulta
Il discorso diventa ancora più delicato quando la dottoressa parla dell’età pediatrica.
Alcuni studi mostrano che traumi emotivi vissuti nell’infanzia possono lasciare tracce immunitarie nell’età adulta.
Abusi fisici, sessuali o psicologici, ma più in generale eventi traumatici precoci, possono essere associati in età adulta a livelli più elevati di marker infiammatori, come:
- interleuchina 6,
- TNF-alfa,
- PCR.
Questo significa che uno stress emotivo vissuto nei primi anni di vita può predisporre, nel tempo, a un quadro infiammatorio più alto e quindi a un rischio maggiore di alcune condizioni croniche.
Per una pediatra, dice Leonardi, questi dati sono particolarmente inquietanti, perché mostrano quanto l’infanzia sia un periodo sensibile. Ciò che accade nei primi anni non resta confinato all’infanzia: può accompagnare la persona per tutta la vita.
Epigenetica e primi mille giorni
La dottoressa introduce poi il tema dell’epigenetica.
L’epigenetica riguarda il modo in cui l’ambiente, le esperienze, lo stress, l’alimentazione e altri fattori possono influenzare l’espressione dei geni, senza modificare direttamente la sequenza del DNA.
Particolarmente importanti sono i cosiddetti primi mille giorni, che vanno dalla gravidanza ai primi mesi di vita.
In questa fase, l’organismo è estremamente sensibile agli stimoli esterni. Qualsiasi fattore può lasciare un’impronta profonda:
- nutrizione,
- stress,
- fumo,
- alcol,
- infezioni,
- ambiente emotivo,
- condizioni sociali.
La dottoressa cita uno studio sullo stress materno in gravidanza, legato a una grave tempesta avvenuta in Quebec nel 1998.
A distanza di anni, i figli delle donne che avevano vissuto quell’evento traumatico mostravano alterazioni nella risposta immunitaria: ridotta attivazione di alcuni linfociti e maggiore produzione di TNF-alfa, una citochina infiammatoria.
Questo dato mostra che lo stress vissuto dalla madre in gravidanza può influenzare il sistema immunitario del bambino anche molti anni dopo.
È un passaggio forte, perché porta la riflessione oltre il singolo individuo: il benessere emotivo può avere conseguenze anche sulle generazioni future.
Possiamo allenare uno stato emotivo positivo?
Dopo aver descritto gli effetti dello stress, del trauma e dell’infiammazione, la dottoressa pone una domanda fondamentale:
è possibile intervenire?
È possibile allenare uno stato emotivo positivo?
La risposta, secondo gli studi citati, è sì.
Esistono diverse pratiche e condizioni che possono influire positivamente sul benessere emotivo e, indirettamente, sul sistema immunitario:
- musica,
- contatto con la natura,
- mindfulness,
- massaggio,
- pratiche corporee,
- relazione,
- Yoga della Risata.
La dottoressa cita anche l’importanza della natura, ricordando come il contatto con ambienti naturali sia considerato un elemento importante per il benessere psicofisico, soprattutto nei bambini.
All’interno di questo quadro, lo Yoga della Risata trova una collocazione interessante: è una pratica corporea, relazionale, respiratoria ed emotiva, capace di produrre risata anche senza bisogno di comicità.
Norman Cousins e la risata come risorsa
Nel suo excursus la dottoressa richiama anche la storia di Norman Cousins, figura spesso citata quando si parla di risata e salute.
Cousins, affetto da una grave forma di spondilite anchilosante, raccontò di aver utilizzato risate indotte da film comici e contenuti umoristici insieme alla vitamina C, osservando che dieci minuti di risata gli permettevano di dormire per circa due ore senza dolore.
Si tratta di una storia molto nota, che ha contribuito ad aprire la strada a studi successivi sul legame tra risata, dolore e benessere.
La dottoressa la cita non per trasformarla in una “prova definitiva”, ma per ricordare come da tempo esista un interesse verso la capacità della risata di influenzare il corpo.
Risata, adrenalina, IgA e cellule NK
La dottoressa passa poi agli studi sulla risata e sui parametri immunitari.
Le ricerche mostrano che la risata può influenzare:
- frequenza respiratoria,
- frequenza cardiaca,
- rilassamento muscolare,
- biofeedback corporeo,
- adrenalina,
- noradrenalina,
- IgA salivari,
- cellule NK.
Le cellule NK, Natural Killer, sono cellule del sistema immunitario coinvolte soprattutto nella risposta antivirale e nella sorveglianza immunitaria.
In alcuni studi, persone esposte a video comici mostravano un’attività delle cellule NK superiore rispetto a quando guardavano documentari neutri. Inoltre, l’attività delle NK risultava proporzionale all’intensità della risata: più intensa era la risata, maggiore era l’effetto osservato.
Questo dato introduce un elemento fondamentale: la risata non è solo un’esperienza soggettiva. Può essere associata a modificazioni misurabili.
Lo Yoga della Risata: lo step successivo
A questo punto la dottoressa arriva allo Yoga della Risata.
Finora molti studi citati riguardavano la risata stimolata da contenuti comici: film, video, umorismo.
Lo Yoga della Risata rappresenta uno “step up”, un passo ulteriore, perché mostra che non è necessario dipendere da una battuta o da un contenuto umoristico per attivare la risata.
Nello Yoga della Risata si ride attraverso il corpo, il respiro, il gioco, la relazione e l’intenzionalità.
Questo rende la pratica particolarmente accessibile anche a chi, in un determinato momento della vita, non ha voglia di ridere o non trova nulla di divertente.
Ed è proprio qui che il potenziale clinico, educativo e sociale diventa molto interessante.
Lo studio pediatrico: 50 studi e 305 bambini
Uno dei punti più importanti dell’intervento riguarda una revisione sistematica sull’utilizzo dello Yoga della Risata in età pediatrica.
La dottoressa spiega che una revisione sistematica è uno studio che raccoglie, seleziona e valuta più studi già pubblicati, seguendo criteri metodologici rigorosi. In questo caso vengono analizzati più di 50 studi, con un campione complessivo di 305 bambini.
I bambini coinvolti presentavano condizioni diverse:
- dermatite atopica,
- cancro,
- ansia,
- stress,
- ansia da prestazione,
- fatica,
- burnout,
- disagio psicologico o psicosociale.
I risultati mostrano che gli interventi di Yoga della Risata sono associati a:
- riduzione dell’ansia,
- riduzione dello stress,
- aumento delle IgA salivari,
- riduzione del dolore nei bambini con cancro,
- riduzione della fatica,
- riduzione del burnout,
- aumento della speranza,
- aumento della felicità a 360°.
La dottoressa si sofferma in particolare su quest’ultimo dato: l’aumento della speranza e della felicità. Lo definisce un risultato capace di dare i brividi, perché va oltre il semplice parametro fisiologico.
Qui la pratica non lavora solo sul sintomo, ma sulla qualità profonda dell’esperienza del bambino.

Un intervento non farmacologico, non invasivo, terapeutico
La conclusione della dottoressa Leonardi è molto chiara.
Lo Yoga della Risata è un intervento:
- non farmacologico,
- non invasivo,
- potenzialmente terapeutico,
- accessibile,
- basato sulla capacità di ridere volontariamente.
Questo non significa che sostituisca le cure mediche.
Significa che può affiancarle, integrarle e sostenere la qualità della vita, soprattutto nei contesti in cui stress, paura, dolore e isolamento hanno un impatto importante.
La dottoressa sottolinea che oggi abbiamo molte informazioni che confermano come il sistema immunitario sia supportato, o al contrario non supportato, dallo stato emotivo.
Serve però un cambio di paradigma. Serve il coraggio di superare la separazione rigida tra corpo e mente.

Un bambino felice sarà un adulto più sano?
Alla fine dell’intervento arriva una domanda semplice e potentissima:
un bambino felice può diventare un adulto tendenzialmente più sano?
La risposta della dottoressa è netta:
sì.
Ed è per questo che intervenire sui bambini è così importante.
La pediatria non dovrebbe guardare solo al bambino di oggi, ma anche all’adulto che quel bambino diventerà. Leonardi porta l’esempio dell’asma: anche una condizione apparentemente lieve, se sostenuta da infiammazione cronica, può avere effetti nel tempo.
Allo stesso modo, ogni intervento capace di sostenere il benessere emotivo, la regolazione, la socialità e la qualità della vita può avere valore preventivo.
Soprattutto quando non è invasivo, non è farmacologico e produce benefici.
Una nuova fase per lo Yoga della Risata
L’intervento della dottoressa Leonardi segna un passaggio importante per il movimento dello Yoga della Risata in Italia.
Da anni trainer, leader e teacher osservano trasformazioni concrete nelle persone: più energia, più connessione, più leggerezza, maggiore capacità di affrontare lo stress.
Ora la ricerca scientifica sta iniziando a offrire un linguaggio per leggere questi cambiamenti.
Non per togliere magia alla risata, ma per darle anche una cornice misurabile, comprensibile e dialogabile con il mondo sanitario.
Come ricorda la dottoressa, la visione olistica della medicina non è nuova: appartiene alle radici più antiche della cura. Oggi, grazie alla possibilità di misurare biomarcatori, parametri fisiologici e fenomeni immunitari, possiamo iniziare a dimostrare con strumenti moderni qualcosa che l’esperienza clinica e umana ci suggerisce da tempo.
Corpo, mente, emozioni e relazioni sono profondamente connessi.
E la risata, quando diventa pratica intenzionale, può essere una delle vie più semplici e potenti per prendersene cura.